Un’ondata di oscenità su cui il festival Aperto chiede di riflettere. Non servono spiegazioni, basta guardare ciò che accade intorno a noi, vicino e lontano, ovunque.
Il titolo scelto dalla direzione artistica del festival prende spunto dallo slogan di un manifesto che fa da sfondo a Bob Dylan e Joan Baez in una foto del 1964. Quel poster invitava le persone a distinguersi dalla massa contrastando il conformismo. La marea montante dell’osceno mette al centro la tendenza ben più grave all’indecenza verso cui si dirige l’umanità, ormai difficile da contrastare perché a fatica arriva a scorgerla in sé.
Rappresentare questo concetto senza diventare ributtante non era facile, non volevo disgustare, non solo per non ledere il festival, ma anche per non concedere così facilmente al pubblico la possibilità di sentirsi estraneo alla mareggiata.
Durante la ricerca, tra i mondi indagati mi hanno colpito i bestiari medievali in cui ogni soggetto ha una forte valenza simbolica e dove si trovano anche le raffigurazioni delle creature a quel tempo considerate oscene.
L’idea di oscenità su cui ho scelto di lavorare è più vicina al senso di devianza dalla
propria natura o dalla natura in sé che all’immaginario ripugnante che questo termine può richiamare alla mente.
Come ogni manifestazione esteriore anche l’oscenità nasce da uno stato d’essere, da una scelta in cui il soggetto devia dal senso e dalla natura delle cose e, come tale, diventa un comportamento riconducibile solo all’essere umano.
Così ho scelto di rappresentare l’oscenità con figure innaturali dal corpo metà umano e metà animale. La parte alta del corpo, dove risiedono cuore e intelletto, è raffigurata con animali diversi, scelti per la loro forza simbolico-archetipica nella rappresentazione delle ombre e delle debolezze umane.
Questa oscenità che non si ferma, indifferente, vestita così bene da passare come “normale” se non -addirittura- speciale e da seguire, cammina su un terreno spoglio senza arrestarsi mai per replicarsi continuamente.
Allo stesso modo, le figure illustrate per il festival creano una sorta di pattern, proseguendo nel loro inesorabile cammino, travalicando i margini del loro spazio, moltiplicandosi e replicandosi continuamente.